Lettere dal fronte

Da Giovanfedele Mastroscusa, sottotenente del XIX reggimento fanteria, caduto nel luglio 1915 sul Carso, al fratello Carmine, in data 17 giugno 1915:

Carissimo Carmine,
Mi chiedi, anche a nome della mamma, una lunga lettera, ed io oggi mi propongo di scrivertene una lunghissima. Sono a riposo e quindi finalmente mi posso permettere il lusso di intrattenermi per iscritto con coloro che sopra tutti infinitamente amo.
Cominciamo con gli affari. Per ciò che riguarda d'Agostino non mi è possibile accontentarti perché, benché io abbia ricevuto la tua lettera pure ho smarrito la cambiale e qui non è possibile trovarmene un'altra. Procura di fare da te. Per il mio baule ho provvisto io: ho mandato i denari e ho scritto di spedirlo a grande velocità e per assegno al tuo indirizzo a Spezzano Castrovillari. Io in questo momento non conosco un luogo migliore, per depositare il mio bagaglio, di quello che non sia la casa di mia madre. Ti accludo in questa lettera la ricevuta della cartolina vaglia e le chiavi del baule. L'indirizzo della persona presso cui si trovava il mio baule è il seguente: Sig.na angela Guazzoni (dico Guazzoni) Piazzale Vittoria 2 - Albergo Ginepro - Milano.
Seguendo il tuo giusto e saggio suggerimento ti accludo anche nella presente il mio testamento. Mi accorgo ora nel rileggerlo di avergli data una forma un po' troppo funebre ma ormai non ho il tempo di rifarlo e te lo mando così come è. Mi raccomando però alla mamma di non impressionarsene troppo: è una semplice misura di precauzione necessaria anzi indispensabile in tutti i tempi. Anche camminando tranquillamente per le strade di una grande città si può essere colpiti da qualche tegolo caduto da qualche casa ed essere quindi ridotti nella condizione di doversi pentire della poca previdenza. Niente di straordinario quindi e sopra tutto niente di impressionante.
Mi chiedi poi nella tua lettera notizie sulla mia vita, sull'avanzata del mio reggimento, ed io, nei limiti del possibile, cercherò di accontentarti.
Come sai noi siamo stati tra i primi a partire, quando ancora la dichiarazione di guerra non era stata pubblicata dai giornali quando anzi ancora l'Italia non si era ancora liberata dall'impressione disgustosa prodotta dal gesto vigliacco di quel tale famoso bandito che ora, per fortuna nostra, è stato sepolto e spazzato via con le altre lordure da cui la ??? Italia era infestata.
Siamo partiti alla chetichella, di nascosto quasi. Sapevamo di andare alla guerra ma non abbiamo avuto l'addio da nessuno. Solo qualche raro lavoratore dei campi vedendoci passare agitava il fazzoletto in segno di saluto.

Ogni tanto qualcuno interrompeva l'agitare del braccio per asciugare qualche lacrima. E questi saluti isolati ci hanno accompagnati per tutti e tre i giorni del nostro non comodo né breve viaggio e non puoi immaginare con quanto piacere nostro e con quale nostra commozione vedevamo accorrere alle finestre sempre ed ovunque delle donne e dei ragazzi, e niente altro di donne e ragazzi, per mandarci il loro saluto.
Io, al tempo della Libia, ho assistito a dimostrazioni imponentissime e impressionantissime fatte a reggimenti in partenza ma allora c'erano troppe trombe che rompevano i timpani troppa gente accorsa ??? in cerca di ??? e di nuove emozioni, troppe coccarde, troppe bandiere, troppa ostentazione di ben pasciuto patriottismo da gente che si vuole procurare una buona digestione e al frastuono non corrispondeva certo l'intensità dei sentimenti. Non so se i soldati partenti per la Libia ne fossero molto commossi: a giudicare dalle apparenze a me mi è sembrato che non lo fossero eccessivamente mentre ti posso assicurare che tra i miei soldati molti avevano le lacrime agli occhi a vedere quei saluti isolati di povera gente di campagna che fino alla frontiera ci hanno ovunque costantemente ricordato che il cuore d'Italia era con noi e che tutti ci benedivano.
Uno della mia compagnia in una vecchietta affacciata alla finestra di una casa di campagna ha riconosciuto la propria madre. Alla piccola stazione del paese mi era riuscito di persuaderlo a non allontanarsi dicendogli che il farsi vedere per soli pochi minuti dai suoi parenti sarebbe stato solo un voler accrescere il dolore di quella povera gente che dopo poche ore avrebbero dovuto vederlo partire un'altra volta.
Si era arreso alle mie buone ragioni ma quando dal finestrino del treno in corsa vide sua madre mandare anch'essa il suo saluto ai soldati in partenza non disse che una sola parola <<mamma>> e si buttò giù dal treno. Lo vedemmo rotolare giù dall'argine, fare due o tre capriole, rialzarsi, ricadere ancora, poi tornare a rialzarsi e sano e salvo gridando e gesticolando avviarsi verso casa sua. Il giorno dopo ci raggiunse tutto mortificato. Per dovere lo rimproverai ma ti confesso che lo avrei abbracciato.
Però riuscimmo ad ottenere dal colonnello che non fosse punito.
Questo per quello che riguarda il nostro viaggio. Parlarti di ciò che abbiamo fatto dopo aver varcato la frontiera è un po' meno divertente per me perché mi ricordo troppe sofferenze e lavoro lungo, continuo, costante.
Noi eravamo il primo reggimento mobilitato del nostro corpo d'Armata, non potevamo quindi ambire all'onore di ottenere un posto di combattimento. Abbiamo dovuto disimpegnare quindi tutti i ??? più disagiati, più faticosi e pericolosi. Fare e disfare le tende due o tre volte al giorno, andare avanti per ritornare indietro e poi nuovamente andare avanti un'altra volta e tutto ciò per più di dieci od undici giorni.
Ora da diverso tempo siamo inquadrati nella nostra divisione e siamo al nostro posto di combattimento a pochi chilometri dal nemico. Non abbiamo ancora preso parte ad un combattimento nuovo proprio ma stiamo partecipando ad una battaglia che sarà tra le più belle di quelle da noi combattute per la grandezza del combattimento e la vastità del fronte.
Altro non posso dirti per ora. A fatto compiuto potrò forse dirti altri particolari ed altre notizie.
Per ora ci addormentiamo cullati dal suono del cannone che non tace un momento. I proiettili nemici ci fischiano continuamente d'attorno ed anzi l'altro giorno uno fu così ben diretto che dette alla mia compagnia il battesimo del fuoco. Tornavamo dagli avamposti, era di mattina, e sapendo di essere a pochissima distanza dagli austriaci camminavamo nascosti tra gli alberi e la verdura il più che ci fosse possibile ma ad un certo punto dovendo attraversare una strada maestra non riuscimmo più a passare inosservati a quei maledetti cani che stanno continuamente in vedetta e che appena ci scorsero ci cominciarono a bersagliare con i loro schrapnell uno dei quali fu così ben aggiustato che venne a colpirci con una precisione tremenda. Gli schrapnell quando arrivano si sentono venire e noialtri ufficiali avevamo dato l'ordine <<a terra>> ma purtroppo non tutti furono pronti ad eseguire il comando. Me lo sentii scoppiare a una quarantina di metri di distanza e ne udii distintamente fischiare rabbiosamente le pallette; attesi un momento e non sentendomi colpito ringraziai Dio del pericolo scampato. Non così però fu per il plotone dietro al mio del quale uno rimase ucciso e due feriti, uno leggermente e l'altro gravemente. Li medicai tutti e due io, trovandosi la compagnia isolata e sfornita, quindi, di portaferiti.
Uno aveva il labbro di sopra forato dalla palletta che gli aveva fatto cadere quattro o cinque denti e all'altro pure una palletta di schpnell aveva bucato il naso e portato via quasi un occhio.
Gridava in modo veramente compassionevole e mentre lo fasciavo non smetteva un solo minuto dal raccomandarsi a me come ad una madre <<signor tenente mi raccomando a lei, non mi lasci, non mi abbandoni perché mi sento morire>>. Infatti non lo lasciai se non quando da un vicino ospedale giunsero a prenderlo sopra una barella. Poveretto mi baciò la mano per ringraziarmi: il sangue continuava ancora a cadere e l'impronta rossa delle labbra mi rimase impressa sulla pelle.
Del morto nessuno si era accorto; mi dissero solo che c'era un altro ferito. Corsi per vederlo. Lo trovai disteso bocconi a terra, la faccia aperta, gli occhi terrei, già cadavere. Una palletta gli aveva forata la tempia. Con un'ultima speranza in cuore lo chiamai per nome, lo scossi, gli sollevai la testa, gli sbottonai la giacca e la camicia; il cuore non batteva ma la carne era ancora calda e mi illusi ancora per un poco ma purtroppo era realmente morto. Si chiamava Di G??? era del nostro distretto di Castrovillari ed era una dei migliori della mia compagnia. La morte li sceglie.
Come vedi non ti sto raccontando delle cose allegre [...]

Commenti (1)

Fosco4 May 2014, 21:47

Complimenti per l'articolo. Molto interessante. Continuate così, io sono un assiduo lettore!