LE PAGINE DI FEDELE MASTROSCUSA
Pierino il zappatore
A Pierino era stato incollato questo soprannome non per un'occasione o per un'attitudine personale – come tornare fischiettando alla mensa parca ed ecologica – ma per una tradizione familiare mantenuta e migliorata.
Il suo pentàvolo (bisàvolo del trisàvolo) era stato zappaterra, e così i discendenti fino a lui, che fu il fiore della stirpe.
Pierino non soltanto andava a zappare nel suo poderetto attiguo alla vigna di Renzo, o per i compaesani, o per il curato, ma all'andata e al ritorno invece di fischiare pensava all'opera fatta e a quella da fare. Si appassionò talmente al lavoro che nelle ore libere rimuginava sulla origine, sullo sviluppo e sulle finalità della zappatura.
Con mezzo secolo d'anticipo sulla degnità numero trenta virgola quarantadue del perduto protomanoscritto vichiano – chi comincia ad acquisire i princìpi d'un'arte riconduce ad essi la storia, la fisica e la metafisica – si convinse che rivoltare le zolle impigrite e strappare le erbacce (weedhooking diceva Bacone) era il dovere dell'uomo virtuoso. E poiché una follìa maestra ne genera altre – parola di Ludovico Muratori a proposito della Fantasia Umana; l'avesse saputo l'uomo di Pescassèroli avrebbe liquidato definitivamente il dannunzianesimo, tagliandolo alla radice – tutti i terrazzani gli davano ragione.
Cominciò con il seminato di Anatolio: sulla collinetta il grano germogliava fitto e folto come il monte di Venere di Afrodite. Pierino si levò ch'era ancora notte, e in tre giorni – il paese era andato tutto alla fiera di Benevento, a comprare noci e bottiglie di Strega – zappò il campo. I vicini furono contenti (dolor tuus gaudium meum, secondo il detto d'un medico della Chiesa) e durante la domenica del villaggio esaltarono l'opera di Pierino. Anatolio, per evitare il linciaggio (che allora si chiamava in un altro modo) dové confessare di essere stato indulgente con le erbacce, e per fornire un riscontro congruo volle enumerarle ad una ad una, dall'Allium Ursinum alla Zeuglodontia, che non è un'erba ma un cetaceo fossile, ma gliela passarono per buona.
Felice del successo – all'inizio aveva qualche dubbio sull'accoglimento integrale della sua dottrina – Pierino continuò a zappare dovunque. sempre e dovunque. Fu rivoltato il prato di Beppe, l'orto della Mariangela, il vivaio di Giobatta. Ci fu anche il fatto della 'grasta'. La giovinetta, costretta dai genitori a cancellare l'amoretto platonico, aveva piantato nella grasta una ciocca dei capelli dell'amato, e l'annaffiava con le lagrime. Pierino andò a caccia d'erbacce anche nella grasta al davanzale della Gertrude, e rivoltò tutto fra gli sghignazzi delle ragazze dirimpettaie che di don Alonso avevano avuto ben più che un ciuffetto rossigno.
Prima o dopo toccò a tutti; e il fatto passò alla storia con il nome di 'botanoclastia', come sanno gli specialisti che a quella vicenda hanno dedicato una trentina di volumi.
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