Gibran Khalil Gibran. Un outsider nella letteratura americana ***
Cinzia Mastrascusa
(pagine in preparazione)
INTRODUZIONE
Nella letteratura americana la presenza inquieta di Gibràn Khalil Gibràn rappresenta un vero caso, non ancora definito e stabilizzato a mezzo secolo dalla sua morte.
Gibran — libanese di nascita, poi emigrato negli Stati Uniti e vissuto culturalmente fra le due patrie — fu artista estroso e poliedrico che seppe crearsi una schiera di ammiratori devoti, destinata via via ad allargarsi superando i confini dell'America e del mondo arabo. Il suo successo, legato essenzialmente a un'opera, The Prophet, colpisce sotto molti aspetti: per le sue dimensioni, per il coinvolgimento e il fanatismo di molti suoi lettori; per la stessa consistenza dei suoi libri che non sempre giustificano tanto entusiasmo; perché maturato in paese fortemente protezionista quale l'America (e Gibran non rinnegò mai le sue origini, fu anzi fra i fondatori della Rabita Qalammiya, la lega degli scrittori arabi d'America, intesa a perseguire una rinascenza araba). Il consenso del pubblico arabo fu in parte un riflesso di quello americano. Gibran, alla ricerca di nuove forme espressive, innovatore e perciò sovversivo, non incontrò subito il favore dei connazionali. Smise quindi di cercarne l'approvazione volgendosi alla seconda patria e adottando la lingua inglese. Quando infine, dopo la morte, arrivò il successo americano, egli divenne per la sua gente un eroe, il simbolo di una rivalsa medio-orientale sull'Occidente. Nel frattempo Il Profeta, tradotto in più di venti lingue, aveva fatto il giro del mondo.
Se il successo dell'autore appare sorprendente, inspiegabile sembra la superficialità e la noncuranza della critica, sia che si tratti di quella araba, che osanna con lui tutti quelli che ne scrissero bene, sia che si tratti di quella occidentale, che si è risolta per lo più in un rifiuto sommario, negandogli ogni merito artistico, e attribuendo il suo successo al favore di circostanze esterne: la Recessione del '29, il secondo dopoguerra, il Vietnam — momenti di crisi in cui proliferano e facilmente trovano seguito santoni predicatori e gruppi religiosi —, o più in generale a un congenito bisogno mistico degli americani. Una maggiore attenzione alle opere, che è mancata dall'una e dall'altra parte, avrebbe potuto suggerire una lettura di Gibran in una chiave letteraria oltre che sociologica. Non bisogna trascurare che nella cultura americana già da tempo erano stati accolti elementi orientali. L'interesse per l'Oriente, presente già in epoca puritana, era stato centrale nell'Unitarianesimo e nel Trascendentalismo. A partire dal 1840, i libri sacri dell'Oriente cominciarono ad apparire in tutte le maggiori biblioteche. Un'importante opera di divulgazione delle filosofie e delle religioni orientali fu svolta da The Dial. Centro di tutti questi fermenti fu Boston, la città di Emerson (come lo sarà di Gibran per circa 16 anni, gli anni più importanti, quelli della sua formazione). Molti bostoniani, secondo l'immagine di Elemire Zolla, partivano alla volta dell'Oriente in cerca del Nirvana. Gli americani riscoprivano, al di là del razionalismo e del materialismo che furono propri del loro mondo, una più profonda spiritualità. L'opera di Gibran, con la sua "mediazione" fra Occidente e Oriente, con il suo eclettismo e sincretismo, non era estranea al loro gusto, rappresentando quasi un normale svolgimento di quella di Emerson, Thoreau e Whitman, che venivano riscoperti proprio negli ultimi decenni dell'800. A Gibran la tradizione orientale affluiva non tanto direttamente dalle sue radici, quanto filtrata proprio attraverso gli americani. Di Emerson egli continuò l'alta concezione dell'uomo, la visione panteista; di Thoreau una certa critica alla società; di Whitman la prosa ritmata o piuttosto il verso sciolto d'intonazione biblica e profetica. Se Whitman si era proposto con Leaves of Grass di scrivere una nuova Bibbia per la sua gente, Gibran, senza volerlo, riuscì in questo intento: per molte generazioni di giovani Il Profeta è diventato quasi un testo sacro, e alcune delle sue parti sono state assunte nella liturgia di funzioni religiose.
Molto ristretto è il materiale critico su Gibran. La critica italiana, come quella americana, è parziale e incompleta. I pochi contributi — introduzioni, premesse e postfazioni alle opere — pur presentando spunti interessanti, non hanno indotto gli specialisti ad uno studio particolareggiato sull'autore. Si possono leggere qua e là notizie vaghe e generiche sulla sua vita (tre punti fermi: Bisharri, Parigi, New York), sulla sua produzione, sulla sua cultura (la sua infatuazione per Nietzsche e per Blake); ma nell'insieme manca un'analisi approfondita e obiettiva della sua opera. Si è prestata maggiore attenzione all'uomo e alle sue contraddizioni che non a quello che scrisse.
Alle difficoltà di reperire un organico corpo critico che possa servire da introduzione all'autore, se ne aggiungono numerose altre. La vita di Gibran fu ricca di esperienze, di sofferenze fisiche (un destino familiare di consunzione) di esaltazioni intellettuali. L'inquietudine e il rigoglio della sua personalità favorirono attorno a lui la nascita della leggenda, alimentata dai primi biografi, responsabili della grande confusione e incertezza sugli eventi principali della sua vita.
C'è poi il problema della mancanza di un'edizione critica della sua opera, e, al contrario, la proliferazione di pubblicazioni, spesso non autorizzate e di dubbia attendibilità. La consacrazione definitiva del Profeta negli anni seguenti la sua morte (1931) non solo richiamò l'attenzione sulle opere precedenti, ma spinse editori, amici e ammiratori ad una ricerca forsennata di tutto quello che egli aveva scritto, anche in arabo, dando l'avvio a un torrente di edizioni, con scritti inediti e incompiuti, riedizioni, nuove traduzioni. Ci fu un rimescolamento e una confusione di testi; furono pubblicate numerose raccolte completamente arbitrarie e più volte gli stessi brani apparvero in raccolte e versioni diverse.
Altre difficoltà sono di carattere interno, riguardano cioè direttamente le forme e i contenuti delle opere. In esse continua è l'osmosi fra lingue e culture diverse (ma vorremmo ricordare anche l'uso di codici espressivi diversi, uno linguistico e uno figurativo). Gibran ebbe a disposizione oltre all'arabo e all'inglese anche il francese, con cui venne a diretto contatto durante il soggiorno artistico parigino. Seppure non utilizzato a pieno esso costituirà un'ulteriore influenza estranea nel suo inglese a volte intarsiato di arcaismi. Si tratta di una dissonanza caratteristica di Gibran nel quale si riflette, anche nella lingua d'adozione, quella instabilità linguistica che il Gabrieli ha riscontrato negli altri promotori e fautori della Nahda, il rinascimento arabo del ventesimo secolo1.
Come la sua lingua fu qualcosa di "instabile", instabilità da intendersi come ricettività alle influenze straniere e sperimentazione, composita fu anche la sua cultura. Presupposto fondamentale per la Nahda fu infatti l'apertura del mondo arabo a quello esterno, soprattutto europeo, e un successivo e costante assorbimento di nuovi valori. Gibran è un arabo della Rinascita, europeizzato e americanizzato. Ma i diversi elementi di culture diverse non furono assimilati in un tutto omogeneo; essi rimasero solo a metà fusi insieme dando vita ad un'opera che presenta contrasti e oscurità. Nell'autore appaiono le influenze di Blake e di Wilde, di Emerson e di Whitman, di Rousseau e del simbolismo francese, di Nietzsche, di religioni orientali quali l'islamismo l'induismo e il buddismo, sullo sfondo del cristianesimo maronita al quale era stato educato da bambino.
Compito che questo lavoro si propone è quello di offrire un quadro generale della personalità e dell'opera dell'autore. Si cercherà di ricostruire, attraverso una lettura simultanea delle diverse fonti, i dati più probabili, o meno incerti, della biografia (cap. II). Ci si soffermerà naturalmente su The Prophet (cap. VI) e sulle due opere che lo prepararono, The Madman (cap. IV) e The Forerunner (cap. V), e che con esso possono essere accomunate in una trilogia (cap. III), senza trascurare tutti gli altri libri (cap. VIII). Un capitolo a parte sarà dedicato alla fortuna di Gibran. In conclusione è parso utile presentare un album di disegni, molti dei quali creati appositamente per le opere.
*** Estratto della tesi di laurea Gibran Khalil Gibran. Un outsider nella letteratura americana discussa nell'anno accademico 1991-1922 presso la Facoltà di Lettere, Corso di Laurea in Lingue e Letterature Straniere Moderne, della "Sapienza" in Roma.
1. Cfr. Francesco Gabrieli, Cultura araba del Novecento, Bari, Laterza, 1983.
