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VINCENZO SEVERINI

RACCOLTA COMPARATA
DEI  CANTI POPOLARI DI  MORANO CALABRO

 

fregio

 

PREFAZIONE

 

 

Ecco quello che dà il nostro clima: questi non sono fiori di stufa, ma naturali e spontanei: felice la terra che li produce!
          GIUSTI, Lettera 53.

 

Mezzo secolo fa, quando ancora Morano era pieno di cardatori di lana, e, secondo l'arguta espressione di un poeta calabro-napoletano, ogni casa ne aveva una compagnia, fare una completa raccolta di Canti Popolari era la cosa più facile del mondo. Di fatti, oltre che quei vispi e pazienti lavoratori, sedendo a cavalcioni sul loro panchetto e sbracciandosi a maneggiare il cardo, temperavano le noje del loro lavoro con un canto continuato per tutto il giorno, spesso facevano il giro delle Calabrie, onde avevano un repertorio inesauribile di Canti Calabresi, che essi, intelligenti com'erano né dimenticavano, né storpiavano. Oltre a ciò le campagne echeggiavano in tutte le stagioni di questi Canti Popolari, gl'innamorati ne prodigavano alle loro fidanzate la sera al bujo in città, accompagnati dal suono di chitarre, di violini e di cornamuse, i lavori dove entrava più di una donna erano rallegrati da canzoni popolari, e perfino le mamme per addormentare i loro bambini invece di semplici ninne-nanne adoperavano canti d'amore, di sdegno, d'elogio o di disprezzo. Talora si dava il caso che per uno dei soliti pettegolezzi femminili nascevano dei mali umori fra due donne dell' istesso vicinato; e allora ciascuna di esse pigliava il suo bambino fra le braccia, e col pretesto di cullarlo e di addormentarlo, lanciava, cantando, i frizzi più arguti all'avversaria, che a sua volta rispondeva con un canto di disprezzo sempre più arguto e bene a proposito, pur simulando di non darsi per intesa degl'insulti della sua rivale. Simili scene accadevano in campagna fra le contadinotte che si gabellavano poco, e anche fra gl'innamorati in broncio; ond'è che si assisteva ad una vera gara di canto: altro che quella di Dameta e Menalca!
Venuti su i cardi e le filande a macchina (I), dei ciompi moranesi alcuni si dispersero nei paesi vicini, pigliandovi residenza e domicilio, altri ebbero lavoro in questi opificii. Quello spirito musicale, quella specie di melomania furono dunque trasportati e ristretti in quelle poche case che contenevano una filanda, un cardo o una fabbricazione di panno paesano, di quel panno detto comunemente frannina e pel quale Morano è celebre fin dai tempi del Barrio. Se non che i direttori di quegli opificii, venendo dalla provincia di Napoli e di Salerno, esercitarono sui nostri operai un tristo contagio, poiché imbastardirono il nostro dialetto, ispirarono noncuranza e disprezzo per le nostre antiche e simpatiche canzoni, e amore per quelle insulsaggini moderne importate con motivi parimenti insulsi da Salerno e da Napoli. Nondimeno il personale di questi opificii rappresentò sempre una schiera eletta di cantatori, nella quale si trovarono in ogni tempo degli orecchianti da non temer paragone.
Aggiungi che al costituirsi del Regno d'Italia anche in questo comune, che era stato sempre chiuso al contatto esteriore, si sentirono gli aliti della nuova vita. Generalizzato il servizio militare, promossa l'emigrazione, moltiplicati i mezzi di viabilità e di affratellamento, cambiarono i gusti, le abitudini e le aspirazioni; e anche per quel poco di buono che c'era in materia di musica e poesia popolare crebbe la noncuranza e il disprezzo. Ai nostri ciompi vispi e pettinati, dal cappello conico e dalle scarpe inzafardate, successero i mastri e i guagliuoni in calzoni lunghi, stivaletti e cappello borghese, che spesso toscaneggiano o napoletaneggiano anch'essi e che preferiscono l'Addio biondina addio, il Dighelnò, il Carceratu e la nuova canzone di Piedigrotta, travisata, ai nostri canti secolari e ai nostri motivi tradizionali.
Molto ci sarebbe da spigolare nel contado; ma anche nel contado ha messo lo zampino il soldato in congedo e l'emigrante di ritorno: unica fonte, la vecchierella di casa o il contadino settuagenario. Ma quante difficoltà per attingere a queste fonti!
Bisogna cogliere al volo, bisogna carpire il momento, stare cogli orecchi sempre tesi, perché se no, ti pigliano per pazzo, o, se sono più maneggiabili, credendo di farti un favore, scelgono fra le molte canzoni che sanno a memoria quelle più elaborate, più imbellettate, più imbastardite e meno poetiche, o te le dicono tutte d'un fiato, e credono che tu debba essere uno stenografo o avere una memoria alla Pico della Mirandola da poterle ritenere e metter sulla carta senza tener dietro alla loro voce.
Se è tanto malagevole raccogliere i Canti di un solo comune, quante altre e più serie difficoltà non sorgerebbero a raccogliere i Canti di tutta una regione? D'altra parte, possedendo una completa raccolta dei Canti di un solo comune, si può essere sicuri di possedere i Canti di tutta la regione o per lo meno di tutta la provincia on rimane che tener conto di qualche leggiera variante o segnare le differenze dialettali. Eppoi, se dobbiamo essere dell'opinione di Alessandro D'Ancona, dobbiamo convenire che una simile raccolta non è lavoro di una sola epoca né di un solo individuo, ond'è che l'illustre Professore scriveva:
«Ottima cosa mi è sempre parsa, anziché compilare, a norma delle regioni, raccolte più ampie ma troppo mescolate il pubblicare i Canti del popolo separatamente provincia per provincia o meglio municipio per municipio, dacché per tal modo maggiormente si avvantaggiano gli studj de' dialetti, e meglio può rinvenirsi nelle origini, nelle migrazioni, nelle vicende, la storia di ciascun Canto (II)».
I canti del popolo moranese, come quasi tutti gli antichi canti popolari d'Italia, constano di una strofa composta generalmente di quattro, sei, otto, fino a dieci o dodici versi endecasillabi, legati alternatamente meno dalla rima rigorosa che dall'assonanza o rima falsa, come la chiama il Giusti, e come s'incontra spesso nei proverbi, negli stornelli e nei rispetti toscani. Questa forma è carattere essenziale dei Canti Popolari Calabresi e l'unico testimonio della legittimità e autenticità di essi. Infatti, formando questi Canti un genere a sé, a ciascuno dei quali non si adatta un motivo particolare, ma tutti dovendosi cantare su pochi motivi tradizionali che il popolo non dimentica mai, solo avendo quella forma possono a quei motivi adattarsi. I motivi dei Canti Popolari da noi non sono più che cinque.
Il primo, e forse il più antico, detto da alcuni la Cassanesella, procede lento e malinconico, con una melodia che ti rapisce e che mal saprsti distinguere se si componga di tuoni maggiori o minori. Il secondo è il così detto Lascia-e-piglia, chiamato appunto così perché, cantandosi, due sono quelli che dirigono alternativamente il coro e danno principio al canto. Del terzo motivo usano specialmente le donne e le ragazze del contado, sia durante i lavori campestri, sia nelle sere del carnevale, in cui spesso formano delle brigate, ed escono di casa con un cembalo in mano e si mettono a cantare presso la porta o sotto la finestra di un loro padrone, della loro comare o di qualche amica, cui in premio del canto possono ghermire della salsiccia, del vino o un'intera cena. Il quarto motivo è quello dei Mietitori, usato durante la falciatura del grano, ma più specialmente l'ultimo giorno di carnevale da quella maschera detta i Mietitori, oramai inveterata e resa indispensabile a Morano, che rappresenta una brigata di mietitori colle falci e i manipoli in pugno, aventi in mezzo il loro padrone, n compagnia della sua signora, col cavallo, l'ombrello per parare i raggi del sollione, e in coda uno che suoni il tamburo e un altro la cornamusa. Il quinto dei motivi che si sogliono adattare ai Canti Popolari è finalmente quello dei Pastori, che generalmente si canta a solo, e si accompagna col suono della cornamusa, a differenza degli altri quattro, che si cantano molto bene a coro, colla loro brava terza e ottava, detta shcantérru, la quale si sente soltanto agli sgoccioli del distico, e vien fatta (jettàtu) da colui che sa meglio alzare la voce.
Questi cinque motivi, tutti bellissimi, di sera specialmente producono un effetto stupendo, e nella loro rude semplicità hanno qualcosa che ti rapisce, che ti parla di lontani ricordi, di dolcezze perdute, della caducità del tempo, dell'immensità dello spazio, del perpetuo avvicendarsi delle cose. Certo, o perché ci si è affatto l'orecchio o perché l'uomo è solito adagiarsi sulla verità del proverbio

Non c'è bella canzon che non ristucchi,

spesso tentiamo financo di distrarci, e malediciamo alla loquacità delle persone del volgo e agli effetti del vino, dal quale traggono le loro ispirazioni, mentre poi per la smania della novità ascoltiamo con una stupida voluttà un'insulsaggine o una trivialità recente, sebbene non contenga che concetti scipiti e motivi che fanno venire il mal di corpo. Io per me devo confessare che tutte le volte che (massime di notte durante il sonno) mi colpisce l'orecchio uno di questi motivi popolari, non posso non provare quel rapimento, quella gioja malinconica che entusiasma o sconforta, che ci rende buoni, che ci ridona l'amore e la fede. Io spesso fra sonno e veglia, sentendomi destare da un coro di artigiani o di contadini, mi sono sentito tutt'altro uomo, capace di insolite emozioni, di forti propositi, di sentimenti nuovi, e ho invidiato e benedetto quel coro di operai, che possiedono una ricchezza che essi stessi non sanno di possedere.
E torna qui a proposito ricordare un fatto che voi tutti avrete notato, cioè che l'idiota, l'artigiano, il contadino nasce musico: esso fin dall'età in cui comincia a tenere la sua cicca fra i denti e a fare la corte alla sua ragazza non ha bisogno di andare alla scuola di canto. Egli sa cantare, quei pochi motivi, se vogliamo, ma sa cantarli bene: incapace di commettere una stonatura, una dissonanza, di mettersi all'unisono quando a un motivo si può adattare la terza, incapace di uscire di tuono. Invece, della gente colta c'è chi ha orecchio e chi no, chi possiede una bella voce, e chi non sa nemmeno aprire la bocca. Si direbbe che il popolo di per sé nasca artista, e che l'educazione, giusta l'opinione del Rousseau, demolisca invece che edificare!
Ora, ritornando alla Poesia Popolare Calabrese, della quale hanno parlato illustri folk-loristi e abili raccoglitori, dirò che basandomi su questo carattere essenziale di essa ho curato la mia raccolta, limitando il lavoro appunto a quei tali canti e scartando tutti gli altri, che, scritti in altro metro, si dichiarano da sé medesimi figli illegittimi o postumi della nostra Regione o della Sicilia, dalla quale, secondo l'istesso D'Ancona, i primi Canti popolari sarebbero emanati, salendo su su e modificandosi fino alla Toscana e al Piemonte. Quel che degli altri raccoglitori non ho potuto approvare è il buttare questi Canti alla rinfusa in una raccolta senza capo né coda, e che pare un guazzabuglio. Ho creduto perciò dividere il mio libro in tante parti quanti sono i generi di questi Canti. Scartando dunque le ninne-nanne, delle quali ha dato un bel saggio il sig. Giovanni De Giacomo sulla Rivista delle Tradizioni Popolari Italiane dell'illustre Prof. De Gubernatis, ho potuto ridurre i miei Canti Popolari a nove classi principali, formando una classe apposta di tutti quei canti che non sono né di elogio, né di disprezzo, né di amore, né di sdegno, né di tristezza, né di dedica o di saluto, né contenessero uno scherzo o un motteggio. Che se dallo sfogliare il volume mi si osserverà che non tutti i Canti possono rigorosamente tenersi nella classe ove gli ho collocati, dirò che l'argomento di ciascun Canto non è poi così definito da esigere che quel canto debba occupare quel posto e nessun altro. Eppoi la divisione di un lavoro, per quanto accurata e giudiziosa, non può esser mai esatta e precisa.
Quanto all'intellegibilità di essi debbo dire che qui non è il caso dei proverbi o di un lavoro in prosa, nel quale basta tradurre letteralmente ciascuna parola, serbando tutt'al più le sillabe dei versi; ma ci vorrebbe altro per tradurre questi Canti; e, traducendoli, per quant'arte vi si impiegasse, scapiterebbero molto in bellezza, e perderebbero la natia semplicità, come ha dimostrato nella Raccolta del prof. Mandalari la fedele ma molto elaborata traduzione del Canale, che non ha nulla della grazia e della schiettezza dei Rispetti Toscani. Però anche a lasciarli così come sono, o accompagnandoli tutt'al più con semplici postille, dico col Settembrini che la maggior parte degl'italiani gl'intenderanno, come intendono i canti del Meli e le poesie di Carlo Porta.

     Morano Calabro, 15 agosto 1895.

V. SEVERINI

 

(I) Il nostro concittadino Giuseppe Lauria (m. il 1892) ha il merito d'aver introdotto pel primo a Morano i cardi, le filande e i telai a macchina verso il 1864 o giù di lì.
(II) A. D'Ancona, Pref. ai Canti del Popolo Reggino, raccolti da M. Mandalari, Napoli, 1881.


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